parliamo del tempo?

Un modo di dire usato quando non si sa cosa dire, – quando un dialogo stenta a decollare, quando si è creato un imbarazzo tra due persone ; quando quall’imbarazzo si vuole spezzare è la famosa frase  :  Parliamo del tempo! –  di che parliamo? parliamo del tempo! Ancorchè di cose da dire e da narrare che accadono intorno a noi ce ne siano moltissime, da un po’ di tempo – ed in intensificazione, i cronisti danno spazio nelle news on line alle previsioni del tempo. Il successo di pubblico – non mi sottraggo, io pure ne godo – ha preso la mano ai meteorologi che ormai hanno arricchito la loro prosa nel narrare le vicende delle alte e delle basse pressioni e dei venti e dei mari, e i capricci dell’atmosfera… a tal punto da raggiungere vette stilistiche. Ormai , più che previsioni del tempo, leggiamo brevi trattati di meteorologia e dopotutto va bene così: che almeno ci sia un po’ di apprendimento scientifico e che non ci limitiamo a prendere atto del fatto che arrivano Attila o Lucifero! C’è tuttavia da chiedersi se appunti tutto questo parlare del tempo non sia per l’imbarazzo di non saper o piuttosto non voler dire, o non potere tutte le disavventure e le avventure che accadono intorno a noi e che senza dubbio i cronisti e gli estensori delle pagine web dei quotidiani conoscono: non sarà il famoso “guardiano del cancello” che controlla l’uscita delle notizie? Insegnava il buon Claudio Fracassi, nel suo saggio “Sotto la notizia niente”- laddove parlò de Il guardiano del cancello:

Sotto la notizia niente – Capitolo II, par. 2 – Mr. Gates il guardiano del cancello
A stare alla definizione di Pulitzer, la notizia è un fatto particolarmente rilevante, meritevole di essere registrato. E’ il “naufrago” da segnalare, è il “pericolo in arrivo”.

Secondo questa interpretazione, compito del reporter sarebbe quello di osservare la realtà , separare il grano dal loglio, e infine individuare nella spazzatura della routine, nelle pieghe dei fatti, i brillanti nascosti, di cui impadronirsi perchè la loro luce possa splendere all’esterno. La notizia, insomma, andrebbe “riconosciuta”, “individuata”,  “scoperta” per essere raccontata (e questo sarebbe il lavoro primario del giornalista). Essa, in quest’ottica, è una specie rintracciabile in natura: ci sono gli scoiattoli, i datteri, i pesci rossi; e le notizie. Ancora più esattamente, essa sarebbe una sottospecie, o una specie di particolare valore, della categoria degli accadimenti.

Altri, tuttavia, non la pensano così: ritengono invece che le notizie non siano fatti di tipo speciale, ma “una produzione umana, un prodotto culturalmente determinato” Una cosa, insomma, che in natura non c’è, e che sarebbe vano andare a cercare nel mare magnum dei fatti, dato che essa non va scoperta, ma faticosamente costruita.

La distinzione non è di poco conto. Per certi aspetti, è il cuore del problema dell’informazione. Se infatti l’universo delle notizie è diverso e separato da quello dei fatti, pur essendo ad esso logicamente collegato, andrà  conosciuto, giudicato, valutato in base a criteri autonomi,che non siano quelli immediatamente evidenti della realtà , e della verosimiglianza.

L’universo dell’informazione andrà  studiato, capito e percepito come un sistema le cui regole non sono quelle del mondo delle cose, del mondo dei fatti in cui siamo immersi.

Nel processo di costruzione della notizia, l’elemento decisivo è la selezione. Non c’è informazione senza brutale, ripetuta, non motivabile (nei confronti del lettore) ma indispensabile selezione degli eventi della realtà . La selezione non è una particolare o malevola forma di censura. E’ la sostanza stessa del processo informativo. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto accadono in ogni paese eventi degni di essere riferiti. La costruzione di ciò che, al termine del processo, sarà  definita “informazione” è il risultato, innanzitutto, della cancellazione di una serie innumerevole di eventi dalla possibilità  stessa della loro conoscibilità .

Walter Lippmann, uno dei grandi columnist americani di questo secolo , l’ha spiegata così:” L’informazione giornaliera, quando raggiunge il lettore, è il risultato di un’intera serie di selezioni che riguardano le notizie da pubblicare, le posizioni nelle quali devono essere pubblicate, lo spazio che devono occupare, l’enfasi che ognuna di esse deve avere. Non vi sono crieri oggettivi qui. Si tratta di convenzioni.”

Il protagonista di questa fase, quella decisiva nella caotica nascita, nel big bang, dell’universo informativo, non è il giornalista “di buona penna”, non è il coraggioso reporter nè il polemico commentatore, non è nemmeno la “vedetta sul ponte” descritta da Pulitzer. No, l’eroe assoluto di questo forsennato e creatio processo di distruzione della realtà  è un guardiano, il “gatekeeper”, il “guardiano del cancello”.
L’idea è che il flusso degli eventi diventi processo di comunicazione attraverso l’apertura o la chiusura di una serie di cancelli (gates), controllati da guardiani (gatekeepers) con funzione di filtro;il fatto diventa notizia quando riesce a passare, di canale in canale, attraverso gli sbarramenti successivi. Come ha spiegato David Manning White, il primo studioso di comunicazione ad usare, nel 1949, l’immagine dei cancelli:” Una storia è trasmessa da un gatekeeper all’altro lungo la catena delle comunicazioni. Dal reporter al rewriter, fino ai vari uffici delle agenzie di stampa, è in atto un ininterrotto processo di scelta e di scarto.”

White seguì il lavoro di un caporedattore di un giornale di provincia, che ribattezzò Mr Gates, e constatò due fatti: che circa i nove decimi delle notizie d’agenzia venivano scartate; che le motivazioni di questo rifiuto si rifacevano a giudizi di valore estremamente soggettivi, definiti però “oggettivi” da Mr Gates. In realtà , in un normale giornale degli anni ’90, la proporzione delle notizie pubblicate rispetto a quelle fornite dalle agenzie è ancora più bassa. Il rapporto sale a uno a cinquanta, uno a cento per i notiziari televisivi, la cui scelta è ulteriormente condizionata dalla disponibilità  o meno di immagini.

Sarebbe sciocco, tuttavia, infierire su Mr. Gates, che fa esattamente il suo mestiere. Volete giornali di mille pagine, o telegiornali di tre ore?
Del resto, la vera, massiccia selezione avviene ad opera dei Mr Gates che sorvegliano i cancelli più a monte, e li aprono con severissima parsimonia; c’è un guardiano (e un relativo cancello da manovrare) per la scelta del notiziario di ogni agenzia nazionale. Più su, c’è un guardiano nei grandi circuiti dell’informazione internazionale, quelle delle notizie e quello delle immagini televisive (l’ottanta per cento delle quali, circolanti nel mondo –  come ha ricordato Zbigniew Brzezinski – “provengono dagli Stati Uniti”); c’è un guardiano (il corrispondente dell’Ap, o della Up, o della France Presse, o della Reuter britannica) in quasi tutti i paesi del mondo, pronto a chiudere a doppia mandat il cancello per tutti gli eventi locali (siano essi crisi politiche, o corruzioni o epidemie, o terremoti) non sufficientemente apocalittici da emozionare il sofisticato palato informativo delle capitali europee e nordamericane.
Ci sono luoghi, infine, dove Mr Gates non c’è, ma può stare tranquillo: il cancello è pressochè sempre chiuso. In questi casi gli eventi sono selezionati direttamente dai poteri politici totalitari; oppure, semplicemente, si svolgono ma non esistono, perchè non trovano modo di entrare in uno degli affluenti che si immettono nel grande canale dell’informazione planetaria.”

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